Quando si parla di Formazione Professionale salesiana si rischia talvolta di pensare soprattutto ai laboratori, alle competenze tecniche, ai percorsi formativi o al rapporto con le aziende. Tutto importante. Ma alla radice dell’esperienza salesiana c’è qualcosa di ancora più profondo: l’incontro concreto con i giovani lavoratori.
Don Bosco comprese molto presto che il lavoro giovanile non era soltanto una questione economica. Era una questione educativa, sociale e spirituale. Nella Torino dell’Ottocento migliaia di ragazzi arrivavano dalle campagne per cercare occupazione nelle officine e nelle botteghe artigiane. Molti vivevano situazioni di sfruttamento, solitudine, povertà e abbandono. Erano giovani senza protezioni, spesso lontani dalle famiglie e facilmente esposti a violenze, ingiustizie e cattive compagnie.
Don Bosco non rimase chiuso nei propri ambienti aspettando che i ragazzi bussassero alla porta dell’Oratorio. Andava lui a cercarli. Li incontrava nelle piazze, nei cantieri, nelle botteghe, nei luoghi dove lavoravano e trascorrevano il tempo libero. Parlava con loro, chiedeva delle loro famiglie, ascoltava le loro fatiche e li invitava all’Oratorio.
Questa attenzione concreta ai giovani lavoratori rappresenta una delle intuizioni più profetiche della sua missione educativa.
Don Bosco comprese infatti che non bastava offrire assistenza religiosa o caritativa. Occorreva proteggere concretamente i ragazzi dentro il mondo del lavoro. Per questo promosse veri e propri contratti di apprendistato tra i giovani e i padroni delle officine. Documenti straordinariamente moderni per l’epoca, nei quali venivano stabiliti tempi di riposo, tutela educativa, impegno nell’insegnamento del mestiere e rispetto della dignità dei ragazzi.
Non era solo beneficenza. Era una forma concreta di giustizia sociale.
Don Bosco visitava personalmente le officine per verificare che gli accordi venissero rispettati. Si preoccupava delle condizioni di lavoro, della sicurezza, del clima morale e delle relazioni che i giovani vivevano negli ambienti professionali. Aveva compreso che il lavoro educa sempre: nel bene oppure nel male.
Quando si accorse che molte officine della città erano ambienti segnati da violenza, linguaggi degradanti e cattivi esempi, prese una decisione coraggiosa: creare laboratori professionali all’interno stesso dell’Oratorio.
Nacquero così le prime officine salesiane: sartoria, calzoleria, falegnameria, tipografia, legatoria, officina meccanica. Luoghi poveri nei mezzi, ma ricchissimi dal punto di vista educativo. Qui il mestiere si imparava dentro un clima familiare, fatto di accompagnamento, regole, fiducia e responsabilità.
Per Don Bosco il laboratorio non era soltanto uno spazio tecnico. Era un ambiente di crescita umana.
I capi laboratorio non dovevano insegnare solamente un mestiere. Erano chiamati a essere educatori, adulti credibili, figure capaci di accompagnare i ragazzi nella costruzione della propria vita. Il lavoro manuale veniva valorizzato come esperienza di dignità e non come scelta di serie B.
In un tempo in cui molti consideravano gli operai semplicemente forza produttiva, Don Bosco restituiva valore umano e spirituale al lavoro. Ricordava ai giovani che anche Gesù aveva lavorato con le mani nella bottega di Nazareth. Per questo il lavoro poteva diventare luogo di crescita personale, responsabilità, servizio e santità quotidiana.
Accanto alla formazione professionale, Don Bosco investì molto anche nell’istruzione culturale. Dopo le giornate di lavoro gli apprendisti frequentavano scuole serali e domenicali dove imparavano a leggere, scrivere, fare calcoli e ampliare la propria preparazione. Per lui un giovane operaio non doveva essere soltanto un lavoratore competente, ma una persona istruita e capace di stare nella società.
Non mancavano poi la musica, il gioco, il teatro e la vita spirituale. Anche questo faceva parte dell’educazione integrale salesiana. Il ragazzo doveva sentirsi accolto, valorizzato, accompagnato in tutte le dimensioni della propria vita.
Don Bosco si occupava persino del collocamento lavorativo dei suoi giovani. Cercava aziende affidabili, costruiva relazioni con artigiani e imprenditori, accompagnava i ragazzi nei primi passi professionali. Essere “raccomandati da Don Bosco” diventò presto sinonimo di serietà, affidabilità e laboriosità.
Guardando oggi ai CFP salesiani, questa eredità appare ancora sorprendentemente attuale.
Anche oggi il mondo del lavoro presenta fragilità, precarietà e rischi educativi. Anche oggi molti giovani cercano adulti credibili che li accompagnino non solo a imparare un mestiere, ma a trovare il proprio posto nella società.
La tradizione salesiana continua allora a ricordare che la Formazione Professionale non nasce semplicemente per rispondere alle richieste del mercato. Nasce per prendersi cura dei giovani attraverso il lavoro.
Ed è forse proprio questa l’attualità più forte di Don Bosco: aver trasformato il laboratorio in una casa che educa, accompagna e prepara alla vita.